Le statue che vediamo ogni giorno, ma di cui non conosciamo davvero la storia: una di queste hanno provato a farla sparire in tutti i modi.
Capita a tutti, nelle giornate in cui si corre da una parte all’altra, di incrociare lo sguardo di una statua. Una cosa veloce, distratta: la vedi, la registri, pensi ‘è carina, forse andrebbe pulita’ e poi via, risucchiati di nuovo dal traffico o dagli impegni.
Succede anche nei momenti più tranquilli, quando si passeggia senza meta e ci si ritrova davanti a un volto di pietra chiedendosi vagamente chi sia e da quanto tempo sia lì. Ma di guardarle davvero, quelle figure immobili – negli occhi di pietra, nelle pieghe consumate dal tempo – quello sì che lo facciamo di rado.
E invece, se ci fermassimo appena un secondo in più, scopriremmo che alcune di loro hanno una vita più movimentata della nostra ancora oggi. Statue che hanno attraversato incendi, proteste, scambi di identità, litigi tra artisti, fulmini, papi infuriati e perfino minacce di essere gettate nel Tevere. Insomma, un curriculum niente male.
A volte basta soffermarsi su una sola statua per scoprire un mondo. E il bello è che, una volta aperto quel varco, ci si accorge che non è un caso isolato: Roma è piena di figure che, dietro un’espressione immobile, nascondono storie più vive delle nostre giornate.
A Roma, infatti, di statue ce ne sono ovunque. Ma alcune hanno storie talmente assurde che basta fermarsi un attimo per chiedersi come abbiano fatto a sopravvivere fino a oggi. C’è Pasquino, per esempio: un frammento antico che per secoli è stato la voce (se non l’unica) dei romani. Lì attaccavano versi satirici contro i potenti, così pungenti che i papi provarono più volte a farlo sparire. Ovviamente non ci sono riusciti: Pasquino, ancora oggi, continua a commentare silenziosamente la città.
A due passi, in Piazza della Minerva, c’è l’elefante di Bernini: quello piccolo che regge l’obelisco. I romani lo chiamano ‘Pulcin’, e secondo la leggenda dà pure le spalle ai domenicani con cui Bernini litigò durante i lavori.
A Campo de’ Fiori, Giordano Bruno continua a fissare il Vaticano dal 1889. Oggi ci sembra una presenza quasi familiare, ma la sua statua è nata dopo anni di proteste, comitati, scontri politici e pressioni enormi. Porta addosso un peso storico che spesso non si vede a una prima occhiata.
Al Campidoglio troviamo Marco Aurelio, sopravvissuto ai secoli solo per un errore d’identità: fu scambiato per Costantino, e proprio quell’equivoco lo salvò dalla fusione che distrusse quasi tutte le statue bronzee dell’antichità.
E infine c’è l’Angelo di Castel Sant’Angelo, rifatto e sostituito più volte: colpito da fulmini, distrutto in assedi, fuso per fare cannoni, rimpiazzato in continuazione. Una storia quasi comica per un simbolo nato come promessa di protezione sulla città.
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